Ma io non so nulla!

Vi è mai capitato di dover scrivere una lettera per i donatori, un post facebook, una pagina del blog della vostra onp e allo stesso tempo rendervi conto di non saperne nulla sull’argomento?

In che senso?

Sicuramente abbiamo tutti ben chiare mission e vision delle nostre organizzazioni. Sappiamo cosa facciamo, come lo facciamo, sappiamo che siamo fighi, che senza di noi il mondo crollerebbe, che siamo meglio dei super Saiyan di 3° livello e che il fundraising è il mestiere più bello del mondo (forse qua potremmo parlarne…).

Ma sono certa che una volta ti sei ritrovato davanti a quella pagina bianca e ti sei detto: “E ora come lo scrivo? Come faccio a renderlo vero?

La realtà con cui ci confrontiamo

Nella maggior parte dei casi non abbiamo fatto esperienza diretta di quello che raccontiamo nelle lettere di raccolta fondi e nei contenuti che creiamo per le nostre organizzazioni. Ci appelliamo a qualche scambio con i nostri Presidenti, al sentito dire, a qualche educatore cui abbiamo elemosinato qualche ora del suo tempo.

Raramente riusciamo a parlare con i beneficiari della nostra organizzazione e quindi ogni narrazione che arriva nelle nostre mani è frutto di intermediari.

Mi sono quindi chiesta se esiste un modo per ovviare a questo, cercando di trovare quelle sfumature che poi danno vita alle emozioni dei donatori, perché, come noi fundraiser ben sappiamo, la donazione spesso è mossa da un’emozione.

Di seguito ti riporto qualche mia considerazione, senza la pretesa di restituirti una visione globale, ma solo per raccontare cosa sto facendo io in questo momento!

Documentarsi

Questa è l’ovvietà. Leggere i materiali già prodotti nella nostra organizzazione, curiosare in giro, trovare fonti che restituiscano in modo affidabile l’argomento di cui parliamo è sicuramente il primo step per cercare di creare contenuti il più possibile corretti e il meno possibile retorici.

La fiera del populismo e degli stereotipi non è propria del fundraising, anzi. Il terzo settore è fatto di concretezza. Se le cose sembrano fuffose i donatori, o i prospect, se ne accorgono. Cerchiamo quindi di non essere fonte di banalità.

Fare esperienza

Immergersi nelle nostre organizzazioni è fondamentale. Una delle cose che mi è mancata maggiormente con il Covid, oltre al contatto con i colleghi, è proprio non poter vivere CasaOz con tutti i progetti e i ragazzi. Fortunatamente, siamo tornati in presenza già nell’estate 2020, ma mi sono resa conto che vivere gli ambienti, respirare la stessa aria dei beneficiari, se pur con le mascherine, è fondamentale per avere uno sguardo più completo su quello che facciamo.

Alzarsi dalla scrivania e andare a vedere come si svolge un’attività, rispondere al telefono della segreteria e parlare con un papà che chiede se abbiamo disponibilità in una delle nostre Residenze, vedere una nonna che commossa ti mostra la foto del nipotino neonato che ha appena subito un intervento invasivo, sono momenti in cui le emozioni che provi in prima persona sono uniche ed è davvero difficile riuscire a provare le stesse cose attraverso il racconto di altri.

Non sempre tutto questo è possibile, però, se vivete a contatto con la causa, immergetevi senza paura!

Anche quando durante l’accoglienza in emergenza di un gruppo di migranti vi sentite sussurrare dai colleghi di prestare attenzione perché sono stati segnalati casi di scabbia e voi iniziate a grattarvi senza senso perché la psiche è così: si diverte a prendervi in giro! Ma voi in quel momento eravate nel mezzo delle cose. Uno sguardo diretto.

Mi viene in mente un libro che ho letto lo scorso anno, “Nomadland“. L’autrice, Jessica Bruder, oltre a raccontare le persone che per scelta o per necessità abbandonano tutto e vanno a vivere su camper, van o furgoni, sceglie di fare esperienza in prima persona per raccontare al meglio questo mondo. Okay, qui parliamo di una inchiesta giornalistica, noi siamo sempre e comunque fundraiser. Però lo trovo molto interessante!

Io che mi fingo mugnaio, ogni tanto spazio anche in altri mondi!

Ascoltare i protagonisti

Parla quindi con i beneficiari. All’inizio non è semplice perché tu sei quello o quella che lavora in ufficio, che fissa il monitor, che veste in borghese e non ha la maglietta degli educatori. Sei quello/a non bene identificato/a e sembra quasi che stai ficcando il naso.

Il consiglio che posso darti è di farti sempre introdurre da un educatore, da chi insomma ha una relazione con la persona, che ti aiuterà ad entrare in empatia con lei. Non è automatico, spesso ci vuole del tempo, ma sicuramente è una strada che vale la pena percorrere per essere sempre più efficaci nella narrazione.

Leggere

Esistono molti libri che parlano delle causa di cui ci occupiamo ogni giorno.

Se penso al mondo della disabilità, mi vengono in mente personaggi, direi quasi influencer, come Giulia Lamarca, che parla in prima persona di come si vive su una sedia a rotelle. Giulia ha raccontato la sua esperienza nel libro: “Prometto che ti darò il mondo“, dove spiega com’è stato ritrovarsi improvvisamente su una sedia a rotelle dopo un incidente, tornare quindi a vivere la quotidianità da quel nuovo punto di vista.

Essendo una ragazza under 30, riesce anche a toccare tematiche scottanti, come la sessualità, che spesso viene dimenticata quando si parla di persone con disabilità.

Oggi Giulia è diventata mamma e anche la maternità è un tema delicato per chi è costretto su una sedia a rotelle. Trovo anche molto interessante come Giulia, insieme al marito Andrea, non si siano mai fermati di fronte ai problemi, riuscendo ad applicare realmente la resilienza. Arrivando a vedere il Machu Piciu, percorrendo la Grande Muraglia, facendo vacanze in camper. Imprese che, se ci pensi, a volte spaventano anche noi normodotati! Perché i disabili possono anche viaggiare!

Un’altra voce forte del mondo social è Francesco Cannadoro, papà di Tommy, che racconta ogni giorno la loro quotidianità sui social e che ha realizzato due libri che raccontano la loro storia. A dire il vero io ad oggi ho letto solo il secondo libro di Cannadoro, “Quanto mi servivi“.

Chiudo la triade con un personaggio che ho iniziato a seguire da poco, ma di cui ho già due libri in lista da leggere: Luca Trapanese, omosessuale, che ha scelto di adottare Alba, una bambina stupenda affetta da sindrome di down, scartata, concedimi il termine orrendo, da diverse famiglie adottive.

Luca Trapanese ha scritto a quattro mani con Luca Mercadante “Nata per te“, libro che mi incuriosisce davvero tanto, a cui si aggiunge il nuovissimo libro di Trapanese, “Le nostre imperfezioni“. Anche in questo caso, è possibile seguire la loro storia sui social.

Tornando al tema migranti, nello specifico a quello dei minori stranieri non accompagnati, anni fa avevo letto il libro di Paolo di Stefano, “I pesci devono nuotare” che raccontava la storia di un minore straniero non accompagnato.

Il racconto era stato ispirato a una storia vera di un ragazzo ex ospite della Casa della carità che era arrivato in Italia da minore. Di Stefano è riuscito a restituire con concretezza e senza mezze misure il viaggio che questi ragazzi fanno. Vi assicuro che per alcune pagine servono stomaci molto forti.

Concludendo

Sicuramente i nomi che ho citato qui sopra sono solo alcuni esempi da cui è possibile trarre spunto per riuscire a creare contenuti meno retorici e più concreti per le nostre organizzazioni non profit. Ci sono sicuramente molti altri racconti, romanzi, video, che potranno arricchire le vostre conoscenze.

L’importante è non fermarsi al sentito dire. Non cadere nel pietistico quando scriviamo. La dico brutta: essere meno Salvini, insomma!

Sono convinta che come fundraiser abbiamo due ruoli: rapsodico ed educativo. Siamo narratori e spesso, come i rapsodi, usiamo schemi fissi, ma dobbiamo anche educare il nostro pubblico e fargli comprendere “come funzionano le cose”. Non dobbiamo fornire solo quello che vogliono sentirsi dire. Altrimenti zero sbatta e riempiamo le nostre pagine di bambini con la faccia triste e mosche che volano sul loro naso.

Ma la zero sbatta non esiste nel terzo settore.

Tempo fa avevo scritto che esistono dei libri che il fundraiser dovrebbe leggere. Se ti interessa, trovi l’articolo a questo link.

E tu cosa ne pensi? Sono davvero curiosa! Se hai piacere scrivimelo qui sotto nei commenti o mandami una mail a francesca.cerutti87ATgmail.com

Disclaimer, prima di salutarci

I libri che vedete nella foto sono stati tutti acquistati dalla sottoscritta. Non ricevo alcun compenso dalle case editrici per scrivere di loro. Ne scrivo perché ho piacere!

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