Sono stata al Festival del Fundraising 2024. Sì, ricordi bene, mancavo dal 2021!
Quest’anno ho scelto di seguire poche sessioni sulle tecniche di Fundraising, per dare spazio a tutte quelle sessioni legate alle parole, alla narrazione, alla psicologia e alle emozioni.
Ho seguito poi un paio di sessioni legate al mondo digital e, in chiusura, mi sono lasciata trascinare da Francesco Costa e da Barbara Schiavulli.
Ma andiamo con ordine!
C*SR, narrazioni e coinvolgimento
Per la prima volta ho sentito Paolo Iabichino dal vivo. Lo seguo da diverso tempo, apprezzo molto il suo lavoro nel mondo non profit e lo ammiro quando mette in piedi progetti folli come Aedicola Lambrate, ultima idea, da lui stesso definita pazza, che serve a fare rete nei quartieri.
Iabichino si è soffermato sulla collaborazione profit-non profit e sulle partnership vincenti. Più e più volte ha sottolineato l’esigenza di non obbedire alle tossicità del profit perché noi del mondo non profit abbiamo altre modalità per farci notare, per raccontare chi siamo.
In modo quasi provocatorio ha puntato il dito contro strumenti di raccolta fondi che ben tutti conosciamo, ma che, ammettiamolo care colleghe e cari colleghi, spesso ci stanno molto antipatici: i dialogatori e il telemarketing. Strumenti come questi non vengono utilizzati da tutte le organizzazioni, ma, chi ne fa uso, spesso, ne fa un abuso. Il rischio è di urtare il pubblico di riferimento, senza creare un vero coinvolgimento, andando invece a lavorare su emozioni come il senso di colpa.
Sono scelte e non sarò sicuramente io a dire a certe organizzazioni come è meglio che impieghino i loro budget di raccolta fondi. Da sempre mi viene detto: “Se lo fanno è perché funziona”. Mentre ascoltavo Iabichino parlare mi sono detta: “Possibile che non ci siano strade alternative?”

La mia esperienza
Qualche settimana fa ho compilato un form legato a una sponsorizzata su Instagram. Si trattava di un gioco simpatico realizzato da una ONP. Ho lasciato i miei dati, consapevole che prima o poi sarei stata contattata. Non ho dovuto aspettare 5 minuti, che già il mio telefono squillava e il call center, nonostante abbia immediatamente manifestato la mia meraviglia di fronte alla loro celerità, mi ha detto che avevo compilato il form il giorno prima. Ora: sono sbadata, ma non così tanto. Ho provato a spiegare che lo avevo fatto da pochi minuti, ma nulla, per loro era stato compilato il giorno prima.
Da fundraiser posso anche chiudere un occhio. Da potenziale donatrice potreste strapparmi un bel vaffanbrodo sonoro.
Tornando a Iabichino
Un altro appunto che mi sono segnata nel quaderno del Festival è che “Il terzo settore non deve raccontarsi in maniera sfigata”. Hai voglia… ma aggiungerei che deve anche assumere e, di conseguenza, pagare professionisti della comunicazione che sappiano utilizzare correttamente i toni e le parole che rispecchiano al meglio le mission dei nostri enti.
Se la comunicazione e il fundraising sono due mondi diversi, ricordiamo che l’uno deve collaborare con l’altro poiché comunichiamo per coinvolgere e coinvolgiamo per portare le persone a donare. Questa è l’equazione base del sociale e, se non piace, fatevela piacere!
Altra cosa che aggiungo alla frase di Iabichino è che non solo il terzo settore deve smetterla di raccontarsi in maniera sfigata, ma deve anche imparare ad avere le spalle larghe per dialogare con amministrazioni e realtà profit del suo territorio, non solo per chiedere, ma anche per costruire insieme progetti e opportunità per i beneficiari.
Passiamo a Paolo Borzachiello
Se Iabichino quando sale sul palco non si atteggia da guru, Borzachiello un po’ lo fa e, ti dirò, non ero convintissima di andare a sentirlo, però al Festival del Fundraising a volte devi “lanciarti” e uscire dai tuoi schemi per imparare cose nuove.
Ho messo da parte i miei pregiudizi e mi sono seduta nella sala principale per ascoltare cosa aveva da dire costui.

Borzachiello però ha detto cose vere. Dannazione!
Ha parlato di come dialogare con i nostri donatori, mostrandoci come funziona la percezione attraverso il linguaggio.
“Chi obietta ha sempre ragione”
Caspita, è vero. Pensaci. Quando una cosa non ti va giù, pensi di avere la ragione in tasca. Non è facile spostarci dalla nostra zona di comfort, abbandonando le nostre credenze, per accogliere verità diverse dalle nostre.
Borzachiello ci ha spiegato il processo Engage –> Explain –> Exchange, ossia il passaggio dal coinvolgimento alla creazione di un legame fino a raccogliere informazioni utili da chi ci sta parlando.
Insomma: un vero e proprio cambiamento.
Nei giorni post Festival ho divorato “Story or Die” di Lisa Cron (che ti straconsiglio) e tra le prime cose che scrive c’è una verità di vita: “Le persone ascoltano le cose che vogliono sentirsi dire”.

Ha ragione pure Cron!
Due punti di vista estremamente importanti che fanno capire l’importanza di scegliere le parole o le giuste narrazioni in funzione del nostro pubblico, cercando di non dare nulla di scontato. Spesso infatti, come ricorda Cron nel suo libro, tendiamo ad arroccarci nelle nostre verità e fatichiamo a raccontarle a chi “non è del mestiere” dando per scontato tanti aspetti. Invece è fondamentale andare a creare il giusto legame utilizzando le parole che appartengono al pubblico e non a te.
Come spiega Borzachiello, dobbiamo capire il problema e parlare di quel problema insieme al nostro pubblico, assecondandolo, ma andando a distruggere i falsi miti (e qui ricito Cron).
Le tecniche da adottare permettono di non far sentire mai in difetto il nostro pubblico o, nello specifico, la persona con cui ci stiamo relazionando, poiché prestiamo attenzione al suo punto di vista per portarla a comprendere il nostro.
Infine Scandellari

Seguendolo da almeno 10 anni, conosco il suo approccio al personal branding, ma, tra tutti gli esempi che ha portato, ne ho individuato uno che troppo spesso stiamo sottovalutando.
Le aziende, ma anche gli enti non profit, si stracciano le vesti per far sentire la propria voce online. Non è più semplice come un tempo, perché l’organico non funziona, i contenuti devono intrattenere e devono essere genuini, l’algoritmo non è più premiante… quindi, in questo marasma di estremo disagio comunicativo, spesso si investe tanto per ritorni scadenti.
Eppure non si considera un testimonial molto importante: i dipendenti.
Ovviamente Scandellari non ha chiesto di costringere i dipendenti a mettere like, cose che succedono per davvero, o a condividere i contenuti, ma ha detto che spesso il dipendente che parla del prodotto o dell’azienda ha un ritorno più alto rispetto all’azienda stessa.
Perché siamo davanti a persone che parlano ad altre persone.
Certo, se i dipendenti sono sottopagati, poco valorizzati, poco ascoltati, poco coinvolti, è estremamente difficile che questo accada. No, la dico bene: è impossibile. Ecco quindi che anche il sociale, che per sua natura è partecipativo, deve iniziare a pensare non solo ai beneficiari, ma anche a chi tutti i giorni si sporca le mani dietro le quinte tenendo in ordine i conti, aggiornando social, scrivendo progetti, coinvolgendo i donatori. Questo pensiero non è di Scandellari, è mio, ed è frutto dell’ascolto della sua sessione e dell’esperienza maturata in questi anni (ormai ci avviciniamo ai 10) di lavoro nel sociale.
Non basta più fare del bene all’esterno, bisogna iniziare a farlo anche al proprio interno!
Due parole su Michi e Gio, sugli Alberti e su Lucia Pizzini
No, non è un nuovo cartone animato ma sono i colleghi Michele Messina e Gio Fumagalli che hanno avuto la possibilità di tenere una sessione a tema social network e digital fundraising durante la seconda giornata al Festival del Fundraising.
I due hanno confermato qualcosa che i nostri SMM ci stanno dicendo da mesi: l’organico è morto.

Ebbene sì. I post sull’organico ormai si perdono. Funzionano le storie, i reel tutto ciò che è intrattenimento e anche noi, che ci piaccia o no, dobbiamo piegarci a questo sistema. Nella loro sessione hanno spiegato come sopravvivere a tutto questo e hanno proposto qualche “ricetta” che ben si adatta a seconda delle dimensioni delle diverse organizzazioni non profit.
E ora la chicca. Se non avete partecipato al Festival e volete comunque saperne di più su queste tematiche, vi lascio l’ultima puntata del loro podcast: “Per du spicci” che racconta proprio la loro sessione al Festival.
Restando nel mondo digital, passo alla sessione degli Alberti, al secolo Alberto Almagioni e Alberto Ghione, realizzata insieme a Lucia Pizzini di Lilt Milano.
Si parlava di raccolte fondi su Facebook e di come sopravvivere alla chiusura di questa possibilità in Europa. Ebbene, si può sopravvivere, bisogna attrezzarsi, ma soprattutto bisogna imparare a scegliere i tool e i software più adatti alle nostre esigenze. L’esempio di Lilt Milano ci ha fatto capire anche che la coesistenza di diverse piattaforme è ottimale per dare ai donatori diverse possibilità per sostenere l’ente.
Sì, ma come scegliere la piattaforma più adatta? Durante la sessione hanno proposto la tabella che vi riporto qui sotto che, a mio avviso, può essere applicata in tantissimi ambiti diversi!

Francesco Costa
Non so se l’ho ribadito spesso da queste parti, ma chi mi segue su Instagram e chi mi conosce di persona sa che sono un’ascoltatrice di Morning. Apprezzo moltissimo il lavoro che fa e il progetto de Il Post.
Progetto giornalistico che fa imbestialire le testate “storiche”, e che vanta un sistema di abbonamenti che fa capire di essere parte di una community. Il lettore del Post è una personas chiara, facilmente delineabile, e lo si capisce anche durante gli eventi che fanno. Ho partecipato per due anni a Voices e posso assicurarvi che la platea è piena di millennials, più qualche boomer “illuminato”.
Costa ha parlato del suo progetto Da Costa a Costa e della raccolta fondi che aveva fatto per una motivazione molto semplice: doveva pagare la piattaforma per inviare la newsletter perché aveva superato il numero di iscritti per averla gratuita. Questa raccolta fondi ha avuto un successo pazzesco e lo aveva portato a raccogliere un bel gruzzoletto di soldi. Poi, a quella raccolta ne sono seguite altre, con risultati sorprendenti. Non so se ci credi: ai tempi avevo anche pensato di scrivere due righe su questa cosa, ma è rimasta in bozza.

Barbara Schiavulli
All’inizio non avevo capito la scelta di affiancare a Costa Schiavulli perché temevo che potesse essere messa in ombra, ma lei è una leonessa e si è fatta spazio su quel palco con una forza e una tenacia davvero incredibili. Si è fatta amare dal pubblico per il suo continuo impegno a fianco degli ultimi delle guerre, delle donne in Afganistan e non solo. Barbara è la fondatrice di Radio Bullets, che vi invito a seguire e a sostenere. Un progetto Giornalistico che merita la G maiuscola, perché si tratta di vero giornalismo che dà spazio alle storie che non trovano spazio nelle prime pagine, ma che esistono e sono vere. Storie che sono vicine ai nostri mondi sociali.
Schiavulli sogna di entrare presto a Gaza, per dare voce anche a quella popolazione. Noi ce lo auguriamo, perché persone come lei servono. Sono la nostra coscienza critica, ci portano quegli interrogativi che spesso nelle nostre giornate non abbiamo occasione di porci. Non perché siamo brutte persone, ma perché spesso la quotidianità ci porta via da questi mondi.
Wineraising e sponsor, nuovi sguardi sul networking
Credo di essere stata fin troppo prolissa, ma voglio ancora dire due parole sul Wineraising e anche sugli sponsor, sai?
Parto dagli sponsor. Finalmente ho girato nei loro stand, complici le macchinette del caffè (gli sponsor davano il caffè gratis!).
Mi è piaciuta molto questa dimensione di incontro e credo sia importante, visto che grazie agli sponsor si realizza il Festival!
Per quanto riguarda il Wineraising, vabbè ormai è diventata una festa in perfetto stile Riviera. Musica da discoteca, cocktail imbevibili (hai mai bevuto roba buona in discoteca?), gadget pazzeschi e tanta, tanta gente che fa lo stesso lavoro.

Una festa leggera che permette di conoscersi di più in modo informale. Da non sottovalutare!
Due parole de core
Quest’anno non immaginavo di andare al Festival, poi mi è stato offerto un biglietto ed eccomi di nuovo a Riccione.
Per quanto l’evento sia sempre impegnativo, mi è piaciuto tornare per rivedere colleghe, colleghi e persone amiche. Avere dei punti di incontro durante l’anno è fondamentale: il Festival, Assif (lo sai che sono referente per il Piemonte?), Fundraising To Say, il Non Profit Women Camp e Reinventing Fundraising sono tutte occasioni di scambio, confronto e crescita. Tutte, e dico tutte, importanti per il nostro lavoro, che richiede coraggio, impegno e scambio continuo.
Non sottovalutiamo nessuna di queste opportunità. Non è possibile essere ovunque, ma bazzicarne uno/due l’anno ed essere iscritti ad Assif è un buon modo per fare networking costante.
Io ci credo molto, perché tante delle opportunità che mi si presentano arrivano grazie al networking. Fidati!

Disclaimer: tutte le foto sono mie. Se credi che non debbano essere in questo articolo, contattami!
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