Inspiration4. Come spedire un donatore nello spazio.

Facciamo un gioco.

Pensa ai tuoi donatori e immagina di poter dire loro che, grazie a un mecenate straricco, uno di loro vincerà un biglietto per un viaggio spaziale. Un premio, ma anche un modo per dare visibilità all’importanza della generosità.

Penso che i miei donatori rifiuterebbero.

Ma quello che ti sto raccontando è successo davvero, non in Italia, ma negli USA, in occasione del primo viaggio spaziale che ha coinvolto dei privati cittadini.

Personalmente avevo seguito la vicenda distrattamente, complice anche il personaggio Elon Musk che non rientra tra le voci che mi piace ascoltare. Qualche settimana fa però, in una delle interminabili ricerche di film da vedere su Netflix, mi sono imbattuta nella serie che racconta proprio il back stage di Inspiration4.

Ammetto di esserne rimasta subito affascinata. Credo che non farò mai la turista spaziale, principalmente per mancanza di coraggio, ma mi è piaciuta molto la modalità che hanno applicato nella selezione dei partecipanti alla missione e la scelta di legare il progetto a una sfida che coinvolge molti di noi: la lotta contro il tumore infantile.

300 milioni di dollari per sconfiggere il cancro infantile

Il miliardario Isaacman, mecenate della missione, ha detto chiaramente che, se stiamo esplorando lo spazio per immaginare nuovi luoghi in cui vivere è bene che qualcuno trovi un sistema per sconfiggere il cancro infantile. Proprio per questo motivo Isaacman ha scelto di sostenere con una donazione di 100 milioni di dollari (cifra assolutamente impronunciabile nella vecchia Europa) il St Jude Hospital e ha lanciato una raccolta fondi con l’obiettivo di raccoglierne altri 200 milioni.

Ripeto, cifre da capogiro soprattutto per chi, come la sottoscritta, lavora in piccole ONP, ma credo che anche chi lavora in organizzazioni più grandi non abbia mai “maneggiato” donazioni di questi importi.

La campagna di raccolta fondi, rivolta a privati e aziende, è stata lanciata durante il Super Bowl, vetrina molto importante nella televisione americana. Nel momento in cui si è scelto di lanciare la campagna, era già stato scelto un membro dell’equipaggio, Hayley Arcenaux, di 29 anni, guarita da un tumore osseo infantile, curata proprio al St. Jude, prima persona ad andare nello spazio con una protesi.

Premiare la generosità

La campagna di raccolta fondi sicuramente ha rappresentato un valore aggiunto della missione Inspiration4, ma è stata anche l’opportunità per scegliere uno dei membri dell’equipaggio che rappresentasse la generosità.

Tra i donatori è infatti stato selezionato Christopher Sembroski. A dire il vero, come racconta Il Post, non era lui il vero vincitore, ma un suo amico. La scelta è poi ricaduta su Sembroski perché la prima persona selezionata ha scelto di rinunciare a vantaggio dell’amico, Sembroski, anche lui donatore per la campagna di raccolta fondi.

Non so tu, ma io mi sono chiesta una cosa così in Italia quale effetto avrebbe. Come ti dicevo all’inizio di questo post, trovo davvero incredibile premiare così un donatore. Il tutto sa un po’ di americanata, per dirla con parole spicce, eppure mi ha davvero incuriosito questa modalità.

So già che diverse persone potrebbero chiudere la riflessione dicendo che è qualcosa di irrealizzabile in Italia, e se ci provassimo? Anche solo per sognare un po’ in grande!

Facciamolo all’italiana!

La prima cosa che mi viene in mente, quando parliamo di regali ai donatori, è la piattaforma Wishraiser, che non ho mai sperimentato, che permette di far accedere i propri donatori regolari a un concorso. Più donano, più possibilità hanno di essere estratti per partecipare a viaggi ed esperienze.

Ho curiosato un po’ il loro sito e diverse organizzazioni di dimensioni variabili usufruiscono dei loro servizi. Come ti dicevo, non ho mai sperimentato il sistema e quindi non posso pronunciarmi in merito. Però il servizio è curioso e in questo ultimo periodo sta facendo un po’ di rumore.

La seconda cosa che mi viene in mente è pensare alla rete di contatti, andando quindi a scavare nei nostri database, dove magari abbiamo aziende del mondo del lusso che possono mettere a disposizione dei premi, su estrazione, per chi sceglie di sostenere una nostra campagna di Natale.

E allora magari posso estrarre a sorte un donatore per fargli fare un giro su una Ferrari o per regalargli un weekend da sogno nelle colline dell’astigiano, in un relais con spa e vista sui filari.

Certo è che dovresti raccontare in giro che lui/lei è tuo donatore e in quanto tale ha vinto quella opportunità. E qua: la tragedia.

Ecco quindi le mie riflessioni.

Mi piacerebbe vincere qualcosa perché ho donato?

Ho sempre pensato che la donazione non sia un do tu des, ma sia un modo per fare del bene senza avere nulla in cambio. Ai nostri donatori spediamo ringraziamenti, foto dei progetti, piccoli gadget, ma non alziamo mai troppo l’asticella perché sembrare ricchi non è una narrazione utile alla raccolta fondi.

Ai donatori speciali diamo qualcosa in più, ma offrire loro delle esperienze potrebbe stridere un po’ dal senso stesso di donare.

La domanda che mi faccio è: i donatori del St. Jude hanno donato perché interessati a fare del bene o perché “Faccio del bene e magari vinco pure il viaggio nello spazio” o ancora: “Sai che ti dico? Io dono, metti mai che vinco!”

Difficile trovare una risposta. Secondo me ognuno ha partecipato spinto da motivazioni diverse. Come i donatori donano spinti da motivazioni diverse (di base c’è sempre l’emozione eh, non dimentichiamolo!).

Sicuramente i tre interlocutori, Inspiration4, St. Jude e donatore ne sono usciti vincenti: Inspiration4 ha trovato un membro per l’equipaggio. Il St. Jude ha ricevuto donazioni per i suoi progetti. Il donatore ha fatto del bene e ha vinto un viaggio nello spazio.

Mi piacerebbe essere messo in mostra perché ho donato?

Durante i vari episodi non sappiamo mai quanto Sembroski abbia donato per essere poi decretato il vincitore del viaggio. Non sembra essere una famiglia eccessivamente ricca quindi non dà l’idea di aver donato cifre da capogiro, ma queste sono solo supposizioni.

Certo è che in Italia, per non parlare poi della città di Torino, il mantra è “La beneficenza si fa e non si dice”, sull’onda del Vangelo che dice: “Non sappia la mano sinistra cosa fa la destra” e sull’onda anche di quel retaggio culturale che è basato su due dogmi:

  1. Donano solo i ricchi
  2. Il denaro è una cosa sporca

Ragazzi, che vita difficile.

Alla tesi numero 1 possiamo rispondere: baggianata. Non è cosi. Peggio ancora è quando ti dicono che donano solo quelli ricchi e che sono nomi noti. Seconda baggianata. Il 99,9% dei donatori delle due onlus presso cui ho lavorato (in una delle due lavoro ancora, perché non campo di Unaerredueti), sono persone comuni. Possono essere anche il tuo vicino di casa. I donatori che mi hanno firmato sotto il naso assegni a 4 zeri sono tendenzialmente over 75, soli, che, con i risparmi di una vita o eredità ricevute, volevano fare qualcosa di buono per i più sfortunati.

Alla tesi numero 2 possiamo allegramente rispondere che il denaro sarà pure una cosa sporca, ma quando vado all’Esselunga a fare spesa non posso rispondere alla cassiera: “Ti pago in visibilità”. Quindi il denaro serve. Certo non deve diventare la massima aspettativa di vita, perché fa male, ma, dannazione, il denaro serve.

Conclusioni

Da fundraiser, credo che l’iniziativa realizzata per questa missione spaziale sia davvero interessante e soprattutto meriti di essere conosciuta. Ripeto, non so se in Italia faremo mai queste cose per vari motivi etici e culturali.

In ogni caso, guardatevi questa serie in 5 puntate e provate a sognare cosa potreste fare di bello e speciale per i vostri donatori. Poi chissà, magari si realizzerà!

Come fundraiser, prendetevi carico del fardello: “La beneficenza va raccontata”. Okay, possiamo evitare di comunicare l’importo, ma fate capire ai vostri donatori che raccontare che fanno donazioni fa bene. E se gli altri sono invidiosi, che facciano gli invidiosi.

E se qualcuno vi cita le due tesi di cui sopra, potete far riferimento a quello che vi dicevo. Ah, se non siete in zone in cui avete delle Esselunga, usate la Conad, il Carrefour o la Coop. Insomma, fategli capire che comunque stanno dicendo una boiata.

Ah comunque gli Ammerigani hanno poi raggiunto l’obiettivo di raccolta di 200 milioni di dollari. Complimenti davvero!

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