Parlare di fundraising a studenti universitari

Lo scorso anno mi è arrivata una proposta dal Collegio Universitario di Torino R. Einaudi che, per chi non lo sapesse, è stato la mia casa quando ero una giovane studentessa universitaria.

La proposta era allettante: organizzare nel 2020 un laboratorio di fundraising per gli studenti.

Io ovviamente ho accettato, perché l’opportunità mi incuriosiva molto. Ma cosa significa fare un laboratorio di fundraising per degli studenti di corsi universitari diversi tra loro?

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Ti racconto una bella storia: sono andata a una mostra segreta

Concedetemi un OT.

C’è una bambina che vive in un paese lontano, un paese dove non c’è pace da tempo. Questa bambina ha 11 anni, si chiama Maria Barghouty e vive in Siria. I suoi disegni, al contrario di lei, hanno viaggiato tanto, grazie a un amico di famiglia, e il suo talento è arrivato fin sulle rive del lago d’Orta, a Omegna, dal Consiglio Comunale dei Ragazzi (CCR), che l’hanno subito adottata e ora vogliono farla venire qui in Italia.

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Quando ti sale lo sconforto…anche se fai il lavoro più bello del mondo!

Tra mailing da approvare e report da preparare, sì anche ai Fundraiser ogni tanto sale lo sconforto. E ti ritrovi alle 18.00 a sgranocchiare gallette mentre prepari i ringraziamenti per i donatori. 

Che poi le gallette non si sgranocchiano per fame, ma più che altro per sfogare l’ansia da: “C’è sempre un sacco da fare!”

Facciamo sì il lavoro più bello del mondo, ma anche a noi capitano i periodi di estremo disagio in cui l’unica campagna che vorresti mandare in stampa è: “Adotta un fundraiser!”, ma non lo fai perché vuoi troppo bene alla causa per cui lavori!

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