Un museo di memoria

Il letto del fiume Tevere a Pieve Santo Stefano

In questa strana estate 2020 ho voluto andare a visitare un luogo un po’ fuori dai soliti giri canonici della nostra bella Italia.

Dopo Ravenna e Urbino, l’abbiamo presa un po’ larga, sconfinando a Sansepolcro, città celebre per aver dato i natali a Piero della Francesca, per poi approdare a Pieve Santo Stefano, in Toscana, in provincia di Arezzo.

“Oltre al Museo, non c’è molto da vedere a Pieve Santo Stefano”. Quando Luigi ha detto quelle parole mi sono subito incuriosita. Forse sulla mia faccia è passato un velo di delusione, perché in vacanza si spera sempre di trovare qualcosa da vedere.

Ma eravamo in anticipo di mezz’ora sulla nostra visita al Piccolo Museo del diario e dovevamo trascorrere il tempo in qualche modo.

Abbiamo passeggiato per le vie della città, che in quel caldo pomeriggio di agosto era parecchio addormentata. Siamo stati nella piazza principale, come turisti, nell’attesa di visitare il piccolo tesoro che quella cittadina nasconde.

Da vedere non c’è molto a Pieve Santo Stefano, prima la guerra e poi una brutta alluvione hanno fatto di tutto per cancellare la cittadina. Un posto dove la memoria sembra non esistere, è in realtà diventato oggi luogo di memoria: la città del diario.

Un pranzo con sconosciuti

Facciamo un passo indietro.

Ricordo, come fosse ieri, quando ho sentito parlare per la prima volta del Piccolo museo del diario. Ero al Festival del fundraising e ho pranzato di fronte ad Alberto Cuttica. Con lui c’erano due persone del Museo.

Lo ammetto: mi sembrava tutto così strano. Adoro i libri, e chi segue Unaerredueti da tempo lo sa, ma trovavo davvero strano un museo per custodire i diari.

Ricordo che avevo chiacchierato un po’ con Loretta Veri, mi aveva anche parlato di un Festival dove veniva un sacco di gente e premiavano autori di diari.

Te lo racconto così, con tutta la leggerezza di chi non sa bene l’argomento a cui si sta approcciando.

Durante quel pranzo avevo imparato tanto e, da bravo segugio, ho messo subito like alla pagina Facebook per curiosare un po’ quello che facevano.

E da lì in avanti ho iniziato a conoscerli.

Ho scoperto che Loretta è una narratrice pazzesca, con una immensa capacità di scrittura.

Sono andata su Google per capire dove diamine fosse Pieve Santo Stefano e ricordo la grande delusione nello scoprire che era praticamente impossibile arrivarci in treno, se non con una combinata treno-pullman.

Ostacolo? No! Tutti questi elementi insieme hanno generato in me una voglia pazzesca di andarci.

Qualche anno dopo: i 16 gradini

Quando finalmente sono riuscita a percorrere quei 16 gradini del Piccolo Museo del diario un po’ mi sono commossa. Non lo nego!

Finalmente stavo entrando in quel luogo magico e misterioso!

Ci siamo seduti nella prima sala, intorno ai tavoli. Distanziati, con le mascherine, nel pieno rispetto di tutte le normative.

Luigi ci ha accompagnati passo passo nella storia di quel Museo, nel sogno di Saverio Tutino, che consisteva nella volontà di creare un luogo di memoria della storia delle persone che si intreccia con la Storia che studiamo a scuola.

Poi è cominciata la visita.

Non ti dirò cosa ho visto, perché voglio che vada anche tu in quel museo. Voglio che ti lasci trasportare dai rumori delle macchine da scrivere, dalle storie e dalle voci delle persone.

Il Piccolo Museo del diario è un museo da vivere e che ti dà vita.

Anche se ho cercato di nascondermi dietro la mascherina, ammetto che la commozione mi ha fatto riempire di lacrime gli occhi più volte. Ho provato tante emozioni, tutte insieme: stupore, fascino, senso di rispetto, ilarità, rabbia, commozione e anche dolore.

Perché la vita è fatta di tutti questi ingredienti e gli autori dei diari, le persone, ti entrano dentro e non puoi uscire da quel luogo senza sentirti profondamente cambiato.

Il santuario laico dei Fundraiser

Tutti i fundraiser devono andare al Piccolo Museo del diario. Concedimi questa massima. Parliamo tanto di “emozionare il donatore” e questo luogo è un tesoro, uno scrigno pieno di emozioni dove si può imparare tanto!

Parlando con Loretta, prima di lasciare il museo, le ho detto: “I Fundraiser dovrebbero venire in pellegrinaggio qui, questo è un santuario laico.”

Allargo il concetto: tutte le persone che scrivono dovrebbero fare tappa al museo, dovrebbero conoscere le storie di quelle persone, dovrebbero assaporare i loro molteplici stili di scrittura.

Perché le autrici e gli autori dei diari non scrivevano per farsi leggere, scrivevano per bisogno e la loro scrittura è caratterizzata da una purezza che la rende estremamente reale.

Non soffermarti di fronte agli eccessi di punti e virgola di alcuni di loro o alle forme sgrammaticate dettate dal basso livello di istruzione.

Se vai al Piccolo museo del diario, lasciati trasportare dalle parole, dalle storie, dalle emozioni (mi ripeto!). Solo così capirai quanto i tuoi donatori hanno bisogno di storie vere, di racconti di vita concreti.

Perché nella vita non c’è retorica, non ci sono belle parole raffinate, non ci sono cose scelte e curate: nella vita c’è solo verità e, a volte, crudezza.

Quando sono uscita…

Alla fine della visita ho fatto tappa al bookshop perché non potevo andarmene da lì senza portarmi via un pezzo di quelle vite. Abbiamo fatto incetta di storie, come se avessimo paura di dimenticare quello che avevamo visto e sentito.

Come se quelle persone fossero diventate nostri amici, nostri parenti. Come se avessimo bisogno di portarci a casa un pezzo di quel museo e farlo per sempre nostro.

Il bottino al bookshop del Piccolo Museo del diario

L’oltre

Uscire dalle mappe turistiche fa bene al cuore e ti consiglio di farlo anche tu. Spingiti più in là, oltre Sansepolcro, oltre Anghiari. E porta con te gli amici, la fidanzata, il fidanzato, i parenti, fagli un regalo!

Simone, il mio fidanzato, è rimasto piacevolmente colpito dal Piccolo museo. Quando ha accettato di accompagnarmi non sapeva bene neanche lui cosa aspettarsi.

Abbiamo passato le prime settimane post-visita al museo a raccontare a tutti della bellissima esperienza che avevamo vissuto, perché la voglia di raccontare te la porti dentro. Ovviamente non abbiamo detto troppo, perché un po’ di mistero è sempre bene lasciarlo, per dare ai futuri visitatori l’opportunità di stupirsi, proprio come è successo a noi.

Che dire, ancora grazie a Luigi, a Loretta, grazie a Saverio, che sono certa che continua a seguire il suo museo da lontano.

Grazie a tutti voi, custodi di questi diari, di queste persone.

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