Parlare di fundraising a studenti universitari

Lo scorso anno mi è arrivata una proposta dal Collegio Universitario di Torino R. Einaudi che, per chi non lo sapesse, è stato la mia casa quando ero una giovane studentessa universitaria.

La proposta era allettante: organizzare nel 2020 un laboratorio di fundraising per gli studenti.

Io ovviamente ho accettato, perché l’opportunità mi incuriosiva molto. Ma cosa significa fare un laboratorio di fundraising per degli studenti di corsi universitari diversi tra loro?

Forse è bene fare un passaggio indietro e spiegare prima l’ente presso cui ho avuto la fortuna di fare questa formazione.

IL COLLEGIO: DUE PAROLE O POCO PIU’

Il Collegio Universitario di Torino R. Einaudi è stato fondato dal professor Renato Einaudi, nipote di Luigi Einaudi. Qua trovi un po’ di storia, che non sto a trascriverti perché avrebbe poco senso, ma, per farla breve, da fundraiser potrei dirti che questo Collegio per lui, Renato Einaudi, è stato un sogno che si realizzava: un luogo dove gli studenti meritevoli ma privi di mezzi potessero abitare durante gli anni universitari.

Un vero e proprio ente votato al diritto allo studio. Oggi il Collegio non è più gratuito per tutti, ma conta 5 sezioni, dislocate in tre diversi quartieri della città, con 800 studenti in tutto di Università, Politecnico, Accademia Albertina, Conservatorio e Ied.

Insomma, il Collegio Einaudi è un polo interdisciplinare d’eccellenza ed è un collegio di merito accreditato nella CCUM – Conferenza dei Collegi Universitari di Merito e che fa parte di EUCA, la Conferenza Europea dei Collegi di Merito.

In un ambiente così interdisciplinare, che taglio ho scelto per parlare di fundraising?

Se ci pensate il Fundraising è una materia interdisciplinare. I suoi ingredienti sono: economia, un po’ di comunicazione, una manciata di marketing, un po’ di organizzazione eventi, tante gocce di pubbliche relazioni…

Sabato 22 febbraio in classe avevo studenti di Lettere, Economia, Sociologia, Psicologia, Cooperazione internazionale, Matematica, Ingegneria, Belle Arti. Insomma, uno spaccato del pubblico che solitamente popola il Collegio Einaudi.

Stefania Valentino, Direttrice di sezione presso il Collegio Einaudi, quando mi ha presentata ha ricordato ai ragazzi l’importanza di farsi contaminare e di spaziare tra una materia e l’altra, di non spaventarsi se gli studi e la vita ci portano a percorre sentieri che non avevamo ipotizzato nella nostra mappa di viaggio.

DA DOVE PARTIRE?

La prima domanda che mi sono fatta è stata: “Bello avere un pubblico interdisciplinare, ma da dove parto per raccontare la raccolta fondi e, soprattutto, portarli a fare qualche esercizio durante la giornata?”.

Ho scelto di partire dalle basi, cioè dalla ricerca Doxa sulle donazioni 2018 che è stata pubblicata nel numero di gennaio di Vita. Ovviamente non gliel’ho riproposta in toto, ma andando a parlare a un pubblico completamente a digiuno o quasi del mondo della raccolta fondi, ho scelto di partire proprio da dove ho iniziato io a conoscere questo mondo.

Da qui in avanti ho spiegato quali sono gli strumenti di fundraising: mailing, face to face, dem, lead generation, telemarketing, eventi…

I dubbi che avevo all’inizio erano in relazione a tre cose:

  1. Conoscenza delle organizzazioni e del loro operato da parte degli studenti
  2. Come fargli sperimentare il più possibile gli strumenti di fundraising
  3. Cosa approfondire in 7 ore e mezza

Ho risolto la questione 1 facendo dire ai ragazzi i nomi di organizzazioni non profit che conoscevano, chiedendogli, se possibile, di spiegare di cosa si occupano. Sono usciti nomi interessanti e ho scoperto che non sempre è chiara la mission degli enti.

Il quesito 2 è stato risolto in una modalità molto semplice. Come ho imparato al Master in Fundraising, lavorare su un caso pratico aiuta. Ho scelto quindi di far lavorare i ragazzi sul Collegio, scegliendolo come ente su cui mettere in pratica i diversi strumenti.

Risposta al quesito 3. Ovvio che in sette ore e mezza non è possibile sperimentare tutte le strategie e le tecniche del fundraising, per cui ho scelto di fare una selezione e far provare loro cosa significa scrivere una lettera, fare una telefonata e organizzare una campagna digitale di raccolta fondi.

E COSA E’ SUCCESSO?

E’ successo che i ragazzi si sono messi in gioco, senza paura e per qualche ora si sono trasformati in piccoli fundraiser.

Si sono immedesimati nella Presidente del Collegio, immaginando quale tono potesse utilizzare in una lettera a un ex Allievo di tanti anni fa, oppure hanno provato a fingersi la Responsabile della Raccolta Fondi, Elena Torretta, nel dover fare una telefonata a una donatrice.

Mi hanno fatto domande, si sono incuriositi, ma soprattutto hanno iniziato a conoscere ed assaporare una materia che non è così tanto conosciuta.

LA RESPONSABILITA’ SOCIALE DEI FUNDRAISER

E tutto questo mi ha portato a fare una riflessione su noi fundraiser.

Dobbiamo raccontarci.

Come fundraiser siamo chiamati a raccontare la nostra professione e a promuoverla. Non basta cantarcela e suonarcela durante gli eventi a noi dedicati. Non basta dire che facciamo il lavoro più bello del mondo.

Dobbiamo raccontarci sempre meglio e al meglio, cercando di essere contagiosi, uscendo dai nostri soliti canali.

Assif quest’anno ha creato il fumetto di Giulia, la giovane fundraiser, un prodotto che è stato diffuso in occasione del Giorno del Dono nelle scuole superiori.

Dovremmo essere “diffusivi” anche noi, arrivando a raccontare il fundraising ai ragazzi. Se riteniamo davvero che sia la professione più bella del mondo, allora dimostriamolo coinvolgendo i più giovani.

Molti non sanno che bisogna studiare per fare questo lavoro, molti non sanno la fatica che si fa a raccogliere donazioni, a curare le relazioni, a relazionarsi con le aziende. Molti non sanno quanto sia entusiasmante vedere che grazie a quella fatica si realizzano i progetti che fanno stare meglio persone, monumenti, ambiente, animali.

Raccontiamoci, influenziamo il mondo. La nostra professione è bella e serve gente motivata per farla. Non stiamo andando a cercarci dei competitor o persone che “ci ruberanno il lavoro”, andiamo a dare un futuro a questa professione e soprattutto alle organizzazioni.

Non ci hai mai pensato? Forse dovremmo, prima che sia troppo tardi!

LA MIA ESPERIENZA DI RACCONTO

Sono molto soddisfatta di come è andata la lezione. Spero che i ragazzi si siano portati a casa qualcosa di utile. Per quanto mi riguarda ho imparato anche io. Forse la vera studente sono stata io!

Ho imparato che raccontare la mia professione mi piace, ma soprattutto che mi piace vedere l’effetto che il fundraising fa sulle persone. Quando ho iniziato il Master in Fundraising, Wired inseriva la professione del Fundraiser tra quelle del futuro. Effettivamente è innegabile che c’è stata una grande crescita in questi ultimi anni e sempre più si parla di raccolta fondi. A proposito, a sproposito. Se ne sta parlando ed effettivamente si stanno moltiplicando i corsi più o meno buoni di Fundraising.

Noi professionisti saremo sempre più chiamati a difendere il territorio, a raccontare cosa significa veramente fare fundraising. Anche questo fa parte della responsabilità sociale del fundraiser, ricordiamolo perché farà bene a tutti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *