Del Festival e dei Fundraiser

E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina… Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.
Il grande Gatsby – F. S. Fitzgerald

Si arriva sempre stanchi al Festival, carichi di aspettative, con la voglia di imparare e rigenerarsi.

Si arriva sempre per rivedere vecchi amici e conoscere nuove persone.

Si arriva, si arriva, si arriva.

Se gli altri anni tornare dal Festival significava raccontare qui minuto dopo minuto cosa ho imparato, quest’anno invece no. Non perché io non abbia imparato, ma perché questa volta il Festival mi ha fatto pensare. Tanto.

un lago

Chi mi conosce sa quanto io sia affezionata al mio lago, quello che vedete nella foto qui sopra (di cui per altro rivendico i diritti!)

Quello nella foto è il Lago d’Orta, che poco ha a che vedere con l’altro lago, quello vicino a dove si svolge il Festival, il lago di Garda. Quest’anno per la prima volta sono riuscita a vederlo, anche se era notte, anche se eravamo stanchi.

Lago per me significa fermarsi in silenzio a pensare. E questo è quello che è successo alle 2.30 del mattino, quando insieme a un gruppo di giovani e nottambuli fundraiser ci siamo avventurati su un pontile in mezzo al Lago di Garda.

Intorno a noi solo le luci della notte e il silenzio. Nessuno parlava. Si sentiva solo il rumore dei nostri respiri e, se ti concentravi, potevi anche sentire un altro rumore, quello dei nostri pensieri.

O almeno dei miei, che erano davvero molti.

un penny per i tuoi pensieri

Si pensa. Non è una vita che faccio questo lavoro, ma ero al mio quarto Festival ed è inevitabile iniziare a guardare in avanti e indietro.

Non voglio generare tristezza, perché durante il Festival è difficile essere tristi, ma quest’anno non ho voluto che tutto passasse scorrendo senza quasi avere il tempo di immortalare gli istanti e riviverli. Ho osservato, molto.

Volti vecchi e volti nuovi, persone che ormai sono le colonne del festival e altre che si sono affacciate da poco su questo mondo.

“Facciamo il lavoro più bello del mondo”

Ancora una volta questa frase è tornata, in apertura di Festival.

Noi Fundraiser possiamo fare il cambiamento, possiamo essere il cambiamento. Siamo quelli che trasformano i sogni in realtà, siamo quelli che traghettano i donatori, che li mettono a contatto con la causa.

Ma ci siamo mai chiesti seriamente come vedono noi Fundraiser?

Io me lo sono chiesta, dieci secondi dopo che ho pubblicato questa foto sul mio profilo privato di Facebook e ho raccolto una miriade di like.

Per quanto la palma sia ironica e faccia sorridere, ho ripercorso un po’ questi quattro anni, dove davvero ho dovuto imparare tanto, inciampare, disfare, ricostruire. 

Quattro anni in cui ho ripetuto allo sfinimento in cosa consiste il mio lavoro e no, non ha a che fare con le palme.

In ogni viaggio ci sono gli ostacoli, non esistono percorsi completamente in pianura e il lavoro del Fundraiser non è tutto palme, collane hawaiane e molto altro ancora.

C’è ancora troppa gente che non sa cosa sia un fundraiser. Anche Alessandra Delli Poggi, Fundraiser dell’anno, ha ricordato la difficoltà nel far capire alle persone che lavoro facciamo, cosa che spesso ci porta a trovare descrizioni assurde per dire che chiediamo donazioni per portare avanti dei progetti. A volte sembra quasi che ci scusiamo, che ci vergogniamo.

Pronto Fundraiser, ci siete? Ci siamo?

E di chi è la colpa?

La risposta che ci diamo è che l’Italia non è ancora pronta a capirlo.

Bugia.

Sbagliamo a dire così! Sbagliamo perché non diamo valore a un lavoro che è fatica, che è sacrificio, che spesso ci porta a dimenticarci del tempo libero.

Non è una questione di credere di più in noi stessi, la questione è dare davvero valore a quello che facciamo. Raccontiamoci per quello che siamo veramente! Non nasconderci dietro giri di parole e spiegazioni dal sapore di giustificazioni!

Perché noi Fundraiser veniamo letti un po’ come questo chitarrista qui sotto, che nel 2014 ho trovato sull’Isola di Kampa a Praga, di fronte al muro di John Lennon.

Quando in realtà molti di noi lavorano così:

E spesso di Fundraising puro facciamo poco o niente durante la giornata.

Già perché tutti fanno Fundraising e in pochi sanno veramente di cosa stanno parlando.

Se ci pensate, nessuno si professa Ingegnere senza avere un titolo (o quasi, salvo rari casi!), ma tutti sono esperti di Fundraising. Professionisti del settore. E sanno spiegarti come si raccolgono fondi.

E questa cosa un po’ mi spaventa. Non perché mi possono rubare il lavoro, ma perché alcune organizzazioni non sono in grado di tutelarsi e di capire due cose fondamentali:

  • chi è veramente il Fundraiser
  • cosa significa fare Fundraising.

Ecco quindi perché spesso succede di sentirsi dire: “Sei la persona che fa al caso nostro” e poi la frase successiva è: “Perché abbiamo bisogno di qualcuno che vada a bussare alle porte per trovare i soldi.”

Questo mi è successo veramente e la mia risposta è stata: “Forse è bene che ti racconti in cosa consiste veramente il mio lavoro. “

Perché quello che è bene ricordare sempre alle organizzazioni è che non siamo “Né santi, né maghi, siamo solo Fundraiser” .

Ma siamo noi quelli che lottano per fare la differenza, per portare un cambiamento.

E allora, sta a noi spiegarlo, con trasparenza, facendo capire loro che non ci possono pagare a percentuale, che il Fundraising richiede tempo, pazienza e investimenti. Che non raccogli da 0 a 100K in tre mesi, se non c’è una struttura dietro (o un fattore C considerevole, che per altro nel tempo può svanire), che il fundraiser va pagato (non a percentuale!) e che se non sa come si fa fundraising, rischia di fare danni.

E a volte questa verità fa male alle organizzazioni.

Queste cose non le scrivo a caso, ma le scrivo perché le ho vissute in prima persona e perché sono convinta che sta a noi Fundraiser difendere il nostro lavoro e spiegare come si fa. Mettendo bene in chiaro all’organizzazione la scelta che stanno facendo, cosa comporta e cosa comporterà.

Si rischia, sapete?

Queste organizzazioni non ti richiamano. No, no! Anzi!

Ma io le bugie non le racconto. Perché è come se dicessi loro che non serve il cioccolato per fare una torta al cioccolato. 

E se voglio davvero apportare un cambiamento, che cambiamento posso generare raccontando e raccontandomi storielle?

l’impegno dei fundraiser

Ripeto, ho solo 4 anni di frequentazione assidua di questo mondo e so di essere una pivellina, ma quello che ho capito in questi anni è che dobbiamo avere ben chiaro il nostro valore, dobbiamo sapere che il Fundraising è fatto da strategie, visione d’insieme, piani di raccolta fondi, coraggio, fantasia, creatività, concretezza, coraggio, precisione, managerialità.

Tanta matematica, tanta analisi, tanta, tantissima pazienza.

E, ricordiamo sempre che, anche se facciamo il lavoro più bello del mondo, lo sconforto spesso sale e non c’è nessuna fatina buona con la bacchetta magica pronta a trasformare la zucca in carrozza.

Ma se vogliamo essere dei changemaker, dobbiamo rimboccarci le maniche!

ma ora passiamo alle sessioni e al festival nel concreto

Il Festival, come ogni Festival, ovviamente lascia qualcosa in molti di noi. Vuoi per una chiacchierata sui Middle Donors, vuoi per una sessione fantastica sul Corriere della sera, vuoi per una passeggiata notturna al lago…

Dal Festival si impara sempre qualcosa, perché da pivellina quale sono, ho avuto modo di scoprire altro sul mondo del Fundraising, che spero di poter mettere presto in pratica. 

Ho fatto anche tanti incontri, nuovi e vecchi, ho condiviso tanti momenti con influencer, alumni. Voglio ringraziarli perché sono stati rigeneranti, attimi da cui sono nate anche nuove connessioni, nuove reti.

Quest’anno ho abbandonato un po’ le sessioni sul mailing per concentrarmi sul mondo digital. Le sessioni su questo argomento non sono mancate, perché la raccolta fondi sta iniziando a prendere piede anche sul web o comunque è bene non dimenticare che esiste anche questo strumento e va conosciuto nel tempo. Ricordiamo sempre, come ci insegnano i colleghi di Unicef Svezia,  che “Likes don’t Save Life”.

Grazie a Federico Clementi e Irene Pagliaccia, di UNHCR, che, con una sessione dal sapore vintage, ci hanno messo subito con le mani in pasta per provare a costruire la relazione con i donatori mediante i canali on line. Grazie al supporto di carte da gioco confezionate appositamente per l’occasione. Prova tu a parlare di api a un target di 45-54 anni, tramite Shazam!

Noi ci siamo impegnati e abbiamo partorito questa simpatica campagna, dal sapore giurassico perché “Qualcosa deve sopravvivere”.

Grazie a Fabio Salvatore, ho fatto un ripasso del funnel, ma soprattutto dei sistemi di pagamento e della riforma  PSD2 che faciliterà il percorso di donazione, grazie a una regolamentazione internazionale che permetterà di creare un sistema univoco per far dialogare i sistemi di pagamento (PayPal and Friends) direttamente con il conto corrente che abbiamo in Banca.

Inoltre ci ha ricordato che il pagamento/donazione sarà effettuato mediante:

  • qualcosa che tu hai (il cellulare)
  • qualcosa che tu sai (il pin)
  • qualcosa che tu sei (la tua impronta digitale)

Questo per aumentare la sicurezza per il proprietario del conto, perché solo tu e soltanto tu potrai autorizzare la transazione di denaro.

Grazie ad Alessandra Lombardo, che con grande entusiasmo ci ha raccontato come sta lavorando Save the Children con i Middle Donors, questi sconosciuti che iniziano a incuriosire i Fundraiser perché sono quelli che stan nel mezzo…della piramide!

Grazie a Lynne Wester che è stata meravigliosamente contagiosa con il suo lago in cui nuotano felicemente i donatori, oppure giacciono dimenticati su qualche spiaggia, o peggio ancora finiscono fuori dal lago definitivamente persi. Lei, con il suo fare spumeggiante, ci ha parlato di Donor experience:  è importante far vivere ai donatori delle esperienze significative, per fare in modo che restino con noi e continuino a sostenerci. Inoltre ha ricordato l’importanza di instaurare un dialogo corretto con i donatori, pensato appositamente per loro, basato sui loro comportamenti. Ad esempio, se donano mediante SMS, contattiamoli con lo stesso strumento, perché quella è la loro lingua. 

Grazie a Raffaella Lebano e alla sua passione. Perché nel raccontare come ha realizzato il sistema degli abbonamenti on line al Corriere della Sera e del benefit che avevano le persone che li hanno attivati (tipo la visita alla sede del Corriere), mi ha fatto ricordare di quando sognavo di fare la giornalista, ma soprattutto ci ha regalato 11 punti strategici, nati nel profit, ma facilmente spendibili anche nel non profit.

Una sessione di cui voglio parlare in un post dedicato, perché gli spunti sono stati numerosi e voglio davvero fissarmeli bene in testa e provare a restituirveli al meglio.

Grazie allo staff del Festival, che ha organizzato il tutto e ha coccolato gli ambassador e gli alumni attraverso due momenti dedicati appositamente a loro.

L’aperitivo Ambassador, per veri influencer o imprenditori digitali.

E la colazione Alumni, un momento dal sapore americano ma con tanti cornetti e dolci tipicamente italiani!

COSA MI PORTO A CASA DA QUESTO FESTIVAL?

Tutti i relatori avevano il compito di regalare tre punti strategici delle loro sessioni.

Ecco quelli che mi sono portata a casa io quest’anno.

  1. Credi nel tuo lavoro e nobilitalo. Sì perché non è il titolo che onora l’uomo, ma è l’uomo che onora il titolo. Lavoriamo tutti ogni giorno affinché la gente capisca cosa sia veramente questo Fundraising, diciamolo senza paura, senza creare troppe aspettative nelle organizzazioni. Rischiamo solo di far del male a noi e ai nostri colleghi. Siamo segni concreti di cambiamento, anche nel comunicare al meglio che cosa è il Fundraising e cosa fa il Fundraiser.
  2. Sperimenta testando. Sempre! Ho visto una fantastica sessione sulla comunicazione retrò su Facebook, tenuta da UNHCR. Beh, interessante, davvero! Con i test si scoprono cose davvero singolari sui nostri donatori o follower, perché fino a quando non fai un test, non conosci davvero il tuo bacino (o il tuo lago, come ha raccontato Lynne Wester.)
  3. Copia anche dal profit. Perché noi del non profit abbiamo tanto da imparare dal profit, quindi non snobbiamolo, ma utilizziamolo declinandolo secondo le nostre esigenze.

E infine, l’augurio che mi faccio sempre, è non fare la fine di Gatsby, il personaggio con cui ho iniziato questo post. Lui era un sognatore e ha vissuto sempre per il suo sogno, Daisy, fino ad autodistruggersi. 

Il Fundraiser è un sognatore razionale. Non dimentichiamolo! Costruiamo emozioni di pancia, ma utilizziamo la testa e difendiamo la nostra professione.

E mentre facciamo tutto questo, in ogni istante, ogni giorno che entriamo in ufficio, ricordiamoci che “Non c’è Fundraiser se prima e sotto non c’è una persona!”

E grazie davvero a Rita Girotti per questa sua frase, che è l’essenza di questo lavoro. 

Nota: le foto del Lago d’Orta, del Lago di Garda, della palma, di Praga e in generale del Festival sono opera della sottoscritta. Le altre immagini sono fotogrammi di film, nell’ordine: The Great Gatsby e Robin Hood. La foto-fumetto è di Google immagini.

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