Cose da imparare dal profit

“I’m your father!”

Non so se sia nato prima il profit o il non profit.

Ma una cosa è certa: anche se sembra brutto e cattivo, anche se il profit viene dipinto come se fosse l’impero del male, sono convinta che il terzo settore debba imparare tanto, tantissimo dal profit!

E adesso ti do tre motivi concreti per dirti perché! Pronto con la spada laser?

IL POST VALE UNA NEWSLETTER

Chi mi conosce bene, sa che ogni settimana mi iscrivo a una nuova newsletter. Non è una cosa normale, mi rendo conto, eppure mi aiuta a conoscere altre realtà e soprattutto mi aiuta a restare informata sugli argomenti che mi interessano.

Qualche mese fa mi hanno consigliato la newsletter del Post e vi assicuro che, quando nelle vostre organizzazioni iniziano a tirar fuori l’esigenza di avere una newsletter, beh, questa va considerata seriamente.

La newsletter del Post ha uno schema fisso, che dalla vita di redazione, ti porta a un riassunto delle principali notizie del giorno.

Insomma, è vincente perché:

  1. Arriva sempre alla stessa ora
  2. Ha uno schema fisso, in cui ci si ritrova
  3. Spesso in apertura racconta la chat aziendale del Post che è su Slack
  4. La leggi con piacere e ci sono centinaia di approfondimenti
  5. In apertura c’è una striscia dei Peanuts

Il tono poi è molto colloquiale, come Il Post del resto. Un tono che non ti aspetti da una testata giornalistica e quindi è qualcosa che sorprende e si fa leggere tutta d’un fiato. Magari non in tutte le organizzazioni può tornare utile, ma se avete a che fare con un pubblico giovane ma colto, che apprezza i contenuti, ma organizzati in modo smart e che non si scandalizza di fronte ai siparietti casalinghi, questo stile fa per voi.

Personalmente apprezzo molto questo “dietro le quinte” che si trova spesso in apertura della newsletter, rende la redazione più umana e fa vivere un po’ quel sogno del giornalismo anni 50 che era caratterizzato dalla fatidica frase: “Fermate le rotative!”.

IL CUSTOMER SERVICE DI APPLE VALE LA CURA DEL DONATORE

Il mio iPad tempo fa ha deciso di non funzionare più. Non riconosceva più il mio ID Apple e allora ho pensato di chiamare il fantomatico Customer Service di Apple. 

In molti mi avevano detto che la customer care made in Cupertino era da testare perché meravigliosamente meravigliosa. Non posso che confermarvi l’estrema cura che ha avuto il ragazzo con cui mi sono interfacciata per capire cosa mai avesse il mio iPad. Mi ha fatto fare centinaia di tentativi, ha utilizzato la fotocamera del mio iPhone per capire cosa potesse avere. Ha perso del tempo per me senza farmi percepire che in coda c’erano altre migliaia di chiamate di persone sclerate che avevano problemi tecnici con i loro gioiellini tecnologici.

Com’è andata a finire? Il problema non è stato risolto perché il mio povero iPad ormai può solo essere termovalorizzato, ma nonostante questo mi sono sentita importante e ben seguita. E il ragazzo che mi ha seguito non si è mai azzardato a dire: “Certo, il suo iPad è vecchio!”

Riuscire ad accudire così il donatore sarebbe fantastico. Vero è che non vendiamo nulla, ma quando il donatore chiama per avere informazioni o delucidazioni è bene rispondere sempre in modo garbato, cortese, lasciando sempre aperta una porta e invitandolo a richiamare in futuro in qualsiasi momento. Meglio poi se gli lasci il tuo interno, in modo che sappia che potrà parlare direttamente con te.

IL CORRIERE DELLA SERA VALE LA PASSIONE DI UN’ISTITUZIONE SOLIDA

Il terzo esempio che ti porto è stato raccontato da Raffaella Lebano a una sessione del Festival del Fundraising 2018. Non sapevo se seguirla perché mi sono chiesta a cosa mai potesse servire questa sessione sul Corriere della sera.

E invece…un’epifania!

Ebbene sì, come già anticipavo nel post sul Festival del fundraising, è stato davvero interessante e appassionante scoprire come Raffaella ha raccontato come è nato il paywall del Corriere della sera, altrimenti detto: gli abbonamenti per l’on-line.

Una premessa, con il paywall io ci ho litigato per settimane in metro, perché sembrava avessi raggiunto il limite di articoli free da leggere. Poi, questa notifica è sparita e ho ricominciato a leggere tranquillamente.

Ma a parte questo piccolo siparietto personale, quanto ci ha detto Raffaella durante la sua sessione ci ha regalato 11 spunti. Li ho letti e riletti, incrociati con le mie sensazioni e le idee nate durante la sessione. Questo è quello che mi porto a casa:

  1. Quando non si sanno le cose siamo autorizzati a copiare, senza paura. Perché copiando dai “secchioni”, da chi l’ha fatto prima di noi, si impara molto!
  2. Spesso cerchiamo 200 testimonial, senza paura guardiamoci all’interno e valutiamo se magari un banale (ma non scontato!) mettiamoci la faccia può fare al caso nostro.
  3. La comunicazione è dentro di noi. Tutte le nostre organizzazioni hanno una storia e un passato, a volte è bello farlo riemergere per comunicare la solidità dell’istituzione.
  4. Cerchiamo di essere ordinati. Dati sui nostri donatori ne abbiamo un sacco, spesso non sappiamo leggerli! Impariamo a leggere e a capire quello che abbiamo davanti! E aggiungo: costruiamo dei metodi per lavorare e per misurare il nostro lavoro! (Voi non amate segretamente excel?)
  5. Profiliamo e capiamo gli interessi. Cerchiamo di capire chi sono i tuoi donatori e cosa fanno, a quali appelli rispondono meglio. (Divertente il video degli XMen suggerito proprio da Raffaella, perché come profila il dott X, nessun database potrebbe mai…)

6. Cerchiamo di essere umani e di dare dei volti, per far capire che dietro la nostra organizzazione non ci sono burocrati ma persone pronte ad ascoltare.
7. Le nostre porte sono aperte. Se la mission ce lo consente, invitiamo i donatori a visitare la nostra organizzazione. Facciamoli sentire parte della storia, facciamoli sentire parte attiva del cambiamento.

Concludendo

Smettiamola quindi di fare “la guerra” al Profit, ma raccogliamo ciò che di buono offre, sfruttiamo il più possibile le sue idee e rubiamo anche da lui. “Copy with Pride” direbbe Raffaella Lebano e vi assicuro che deve essere così.

E’ vero, il profit è legato alla vendita, lo scopo del profit è fatturare, ma la sua comunicazione, le sue strategie, il suo modo di fare, spesso possono trasformarsi in uno spunto importante nel bene e nel male, in un punto da cui partire per sviluppare le nostre campagne, le tue campagne!

Molto di quello che il profit fa può essere tranquillamente traslato nelle nostre organizzazioni, certo, va provato, ma alcune tecniche sono già state testate e ritentate da loro “che hanno i soldi per farlo”. Non trovi sia un buon motivo per declinarlo nel nostro mondo?

IN BREVE

  • Tu hai le storie emozionanti, il profit spesso deve costruirle o inventarle.
  • Tu hai una mission appassionante, il profit per essere appassionante deve trasformare il suo prodotto in un bisogno che migliora inevitabilmente la vita delle persone.
  • Tu aiuti le persone a stare bene e realizziamo sogni, il profit lo fa…ma a modo suo. E noi facciamolo a modo nostro, ma aguzziamo lo sguardo!

Sei ancora qui? Corri a curiosare il mondo profit, perché c’è davvero molto da rubare…ehm! Imparare!

 

 

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