Le storie per il fundraising

Strategie, spedizioni, buste, francobolli, bollettini, gadget, redemption…sono tutte cose che ogni giorno passano avanti e indietro sulle scrivanie dei fundraiser, ma tra tutte queste ricordatevi che c’è un elemento che non deve mai mancare: le storie.

Ebbene sì, la raccolta fondi è fatta di storie, perché le storie ti permettono di entrare in contatto con il donatore principalmente per due motivi:

  1. chiedere una donazione
  2. raccontare cosa è possibile fare grazie alle donazioni

Ma come si fa a raccontare una storia efficace?

Il mattone base di tutte le storie è l’emozione.

Dobbiamo arrivare al donatore, fargli capire perché gli stiamo raccontando quella storia, perché abbiamo bisogno di lui, perché stiamo bussando alla sua porta in cerca di aiuto.

Bello. Ma come si fa?

Sono reduce da una settimana di emozioni che provengono da due storie che vi racconterò brevemente qui sotto.

SELIM, UN VIAGGIO DI SPERANZA

La prima storia che vi voglio raccontare è quella di un romanzo, I pesci devono nuotare di Paolo di Stefano.

Questo libro racconta la vita del giovane Selim che a 17 anni lascia l’Egitto per raggiungere l’Europa, con tanti sogni e speranze in tasca.

Dopo un viaggio difficile, su uno dei tanti e, purtroppo, noti barconi, è arrivato in Sicilia. Dalla Sicilia dopo diverse peripezie è arrivato alla Casa della carità di Milano, dove la sua storia ha preso una piega diversa. Ha iniziato a ricostruire la sua vita e a realizzare tutti i sogni che lo avevano fatto partire dal suo paese.

Quali sono le emozioni? Le emozioni di questo libro sono molteplici, sicuramente la scrittura di Paolo di Stefano è cruciale per rendere il racconto avvincente e per farti staccare il meno possibile dalle sue pagine, ma è inevitabile immedesimarsi nella storia di Selim, anche se non sei mai stato al Cairo, anche se non sai cosa vuol dire attraversare il mare su un barcone.

Paolo di Stefano ci riesce perché ha raccolto le testimonianze, anzi la testimonianza di quel ragazzo, che nel libro diventa Selim e ne restituisce uno spaccato veritiero. Magari in alcuni punti romanzato, visto lo strumento di comunicazione scelto, ma veritiero.

Quasi riesci a sentire il profumo dei falafel mentre lo leggi, in alcuni momenti senti il traffico assordante de Il Cairo che ti sfreccia accanto, o ancora senti quel sentimento di paura che in molti proveranno quando attraversano quel braccio di mare che separa l’Africa dall’Europa.

UN DIARIO, UN’ADOZIONE

La terza storia che voglio raccontarvi è quella più delicata, che mi ha davvero emozionato molto.

Si tratta del diario che una mamma ha scritto mentre attendeva di conoscere finalmente il bimbo che le era stato dato in adozione.

Il bimbo proviene da un paese dell’Africa subsahariana e nel raccontare la storia questa mamma ha veramente messo in gioco tutti i suoi sentimenti, provati durante quell’attesa anche angosciante: gioia, paura, ansia, preoccupazione, felicità, tristezza, scoraggiamento, speranza, smarrimento, fiducia, forza, coraggio.

Un turbinio di emozioni vere, concrete che fanno capire anche a chi, come me, non ha esperienza di adozione, che quei momenti sono davvero difficili e se non sei più che motivato…beh, non riesci ad arrivare fino alla fine.

E quindi?

Le storie che dobbiamo raccontare devono essere quindi vere, devono arrivare a chi le legge, devono riuscire a far percepire quello che si prova, il disagio vissuto, il turbamento, la gioia di un successo, l’amarezza di una sconfitta, l’ansia dell’attesa, il timore dell’ignoto, la paura di fronte a qualcosa che non si conosce bene.

Devono essere storie vere perché sono vere le persone per cui ogni giorno chiediamo un aiuto ai nostri donatori, perché sono vere le nostre buone cause.

Perché ricordiamoci che nessuna nostra organizzazione esisterebbe se non ci fosse realmente il bisogno di aiutare queste persone, di sostenere le cause per cui lottiamo quotidianamente.

Quando raccontiamo una storia quindi non dimentichiamoci mai che dobbiamo essere il più concreti possibile, che dobbiamo a volte usare un po’ di pancia per fare emozionare, perché non stiamo scrivendo un report sullo status di una persona, non stiamo stilando un verbale per un sinistro: stiamo raccontando una vita che ha bisogno di essere cambiata.

Ricordiamoci che le nostre storie spesso possono essere cambiate e a farlo possono essere proprio i donatori, perché grazie a loro possiamo aiutare tutte queste persone.

E sapete, non dobbiamo essere complicati. Dobbiamo usare la semplicità, quella semplicità che rende la nostra storia comprensibile anche da un bambino.

Dobbiamo far piangere?

Le nostre storie non devono per forza trasformare i nostri donatori nei migliori azionisti dei produttori di fazzoletti. In questo caso è la vostra organizzazione a scegliere il taglio che volete dare alle storie.

Voglio farvi due esempi, tratti questa volta da due video di due diverse organizzazioni. Sono entrambe storie di bambini, raccontate però in modo completamente diverso, ma con lo stesso scopo.

Preparatevi perché non siamo davanti a storie pietistiche.


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