La user experience e il tiramisù scomposto

Quando esci a cena con un ingegnere, ti ritrovi a parlare di cose strane.

Quando esci ripetutamente a cena con un ingegnere, inizi a ingegnerizzarti.

Quando esci a cena con un ingegnere, che ha a che fare con il mondo digital, ti ritrovi a parlare di UX: User Experience. E ti chiedi perché tu, fundraiser, dovresti preoccupartene.

Il primo momento in cui un Fundraiser si preoccupa della user experience è quando predispone la nuova landing per le donazioni on line. Allora si preoccupa di renderla il più semplice possibile, costruisce il funnel con i migliori esperti di marketing dei 5 mari, studia qual è il percorso più facile che trasformi il navigante in donatore e ringhia contro chiunque cerchi di mettergli i bastoni tra le ruote.

Bello, bellissimo.

poi una sera mi hanno proposto un tiramisù scomposto

Sì, ero sempre a cena con l’ingegnere e no, non parlavamo di user experience, ma di carbonara, cacio, pepe e cose romane de Roma.

Insomma, arrivati al momento del dolce, scegliamo un tiramisù scomposto, che, per farvi capire, è un piatto con savoiardi fatti in casa, crema al mascarpone, cacao e caffè.

Ci siamo dovuti costruire il tiramisù da soli, è stato divertente e non vi nego che dava anche un po’ di soddisfazione. Ma mettersi a fare qualcosa con le proprie mani e mangiarla poco dopo in un ristorante, è alquanto strano.

Mi hanno detto che si chiama gamification, termine per me sconosciuto, ma di cui di fatto ne è stata precorritrice Mary Poppins, quando a Jane e Michael Banks ha spiegato che mettere in ordine la stanza è noioso, certo, ma può diventare molto divertente se trasformato in un gioco, appunto!

Ora, se andiamo avanti di questo passo va a finire che ti devi costruire il post, quindi per ricapitolare: abbiamo la user experience, il fundraising e un tiramisù scomposto. Mary possiamo abbandonarla.

Proprio di fronte a quel tiramisù scomposto mi è venuto in mente questo: l’esperienza che il fundraising o il fundraiser fa fare al donatore.

Emotional experience

Nel fundraising si parla sempre, sempre di far fare l’esperienza al donatore, di renderlo partecipe della nostra causa.

Se ci pensi, ormai è tutto un’emozione! Avere un iPhone è un’emozione, delle Jimmy Choo, altra emozione, passare da una compagnia telefonica all’altra è un’emozione…

Parliamo allora di Emotional Exprience. Se anche il profit ti trasforma ogni cosa in un’emozione, noi che abbiamo a che fare con storie, persone, sfide appassionanti: ci fermiamo ai tecnicismi?!

Lo chiamano Emotional Marketing ed è la nobile arte di saper vendere un prodotto creando l’esigenza, a livello emotivo.

Lo si può applicare alla raccolta fondi anche se c’è chi dice che non è etico utilizzarlo in questo campo.

Non si tratta di manipolare i donatori per portarli a donare! 

Le emozioni fanno parte della nostra vita e come fundraiser abbiamo il compito di mettere in comunicazione la causa con il donatore. Siamo dei traghettatori e per farlo ci serviamo delle emozioni.

Il donatore nel fundraising non è un cliente, non sta acquistando un servizio

Non limitiamoci a confezionare sistemi di donazione perfetti, perché quelli sono meri tecnicismi da burocrati che non spingono alla donazione, ma ne avvantaggiano l’iter donativo. 

Non limitiamoci a schemi di richiesta precompilati e adattabili a ogni onp. Perché non esistono e non funzionano!

Se vuoi davvero fare la differenza, invita il donatore a visitare e a vedere i progetti della nostra onp. Se ci pensi, questa è un po’ la “user experience” del non profit. Perché  il donatore sta facendo esperienza di una cosa che sostiene.

 

Il donatore vuole partecipare a qualcosa con lo scopo di fare del bene e nel farlo è spinto da motivazioni di svariato genere:

  • cambiare il mondo
  • aiutare una persona
  • sentirsi in pace con se stesso
  • appassionarsi a qualcosa di diverso dalla routine quotidiana
  • migliorare la propria vita
  • pensare al futuro del pianeta
  • pensare alla propria salute o a quella dei propri parenti o amici

E se tu gli apri la porta della tua casa, lo coinvolgi e gli fai vivere emozioni uniche, lo fai sentire importante, perché davvero lo è. Le donazioni servono per realizzare i progetti, se non ci fossero i donatori non potremmo fare tutto il bene che facciamo con le nostre organizzazioni!

E POI NON TI SCORDAR DI DONALD

Non lui!!!!!! Ma Donald Cane! Che diceva:

La differenza sostanziale tra l’emozione e la ragione sta nel fatto che l’emozione conduce all’azione mentre la ragione produce delle conclusioni.

Questa massima è da tenere ben presente. Certo, il fundraising non si ferma qui, per attuarla servono strategie, analisi del database, funnel perfetti, mail plan, dem, post Facebook, ma non perdiamo MAI di vista: l’esperienza e le emozioni che questa genera.

“Vieni a conoscerci!”

Questa è la frase che devi, che dobbiamo dire a tutti i nostri donatori. Vieni a conoscerci, vieni a vedere con i tuoi occhi, voglio raccontarti cosa facciamo.

Perché lo storytelling nel mailing è figo e siamo bravi tutti a farlo! Ma quando i donatori possono realmente toccare con mano come lavorano le organizzazioni, allora sì che la nostra causa diventa realmente tangibile, allora sì che nascono le emozioni e le vostre organizzazioni diventano un po’ loro. 

Perché come ha detto Maya Angelou:

Ho imparato che le persone possono dimenticare ciò che hai detto, le persone possono dimenticare ciò che hai fatto, ma le persone non dimenticheranno mai come le hai fatte sentire.

E vi assicuro che quando ho finito di fare il tiramisù, per quanto sia una gamification, mi sono sentita un po’ più speciale!

prima di andar via

A questo punto mi autocritico. So che qualcuno potrebbe storcere il naso: “Bello, ma la mia onp lavora in Africa.”

Ecco questo potrebbe essere un problema. Il suggerimento che mi sento di darvi è questo: avete mai pensato alle foto, a dei video? Per farlo non avete bisogno di reflex super accessoriate, basta una foto vera, che racconti veramente quello che sta succedendo. Molte organizzazioni usano foto scattate dagli operatori, loro sono i vostri occhi, sono quelli che stanno sul campo. Vanno coinvolti! Ricordate che il fundraising è pur sempre un lavoro di squadra!

Ma questa, come direbbe Michael Ende, è un’altra storia che magari racconterò in un altro post.

 

P.S. Questo post è stato realmente frutto di un lungo dibattito con un ingegnere terminato da Otto in via Sarpi a Milano, davanti a una tazza di yogurt greco.  

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